Vuoi fare il vigile urbano? Al bando tatuaggi e piercing

TRENTO. Che dovessero avere dieci decimi di vista, un ottimo udito e non essere daltonici lo davamo per scontato. Che non dovessero avere problemi di alcolismo e tossicodipendenza era facilmente immaginabile. Ma che per fare il vigile urbano non si dovessero avere tatuaggi e piercing «deturpanti» o «indice di personalità abnorme» è una novità che farà discutere. Arriva dal Comune di Lavis, che ha bandito un concorso per assumere due nuovi agenti di polizia municipale. «È una questione di decoro per chi indossa la divisa», spiega il sindaco Graziano Pellegrini. Il bando, pubblicato il 18 luglio, classifica tatuaggi e piercing alla voce «imperfezioni e infermità», dopo ernie e varici, alcolismo, tossicomanie e intossicazioni croniche, prima delle malattie e indisposizioni fisiche che possano ridurre il completo e incondizionato espletamento del servizio. Attenzione: tatuaggi e piercing non vengono messi al bando tout court, ma «quando per la loro sede o natura siano deturpanti o per il loro contenuto siano indice di personalità abnorme». A stabilirlo sarà un collegio sanitario, incaricato di accertare che i candidati possiedano tutti i requisiti per essere giudicati fisicamente idonei. Spetterà al collegio giudicare se e quando un tatuaggio o un piercing può essere definito deturpante – quando è molto ampio? quando il disegno è di dubbio gusto? quando ci sono cinque anelli su un sopracciglio e due al naso? – e soprattutto quando è segno di una personalità «abnorme». Per esempio qualcuno potrebbe considerare abnorme uno che si fa tatuare tutte le gambe: però un vigile urbano, indossando la divisa, non ha mai occasioni di mostrare le gambe. E che dire magari di un teschio tatuato sul bicipite? In questo caso il tatuaggio rischierebbe di finire in bella vista, e quindi essere potenzialmente rischioso. «Gli agenti si confrontano ogni giorno con le persone che fermano, ma anche con cittadini e turisti che chiedono informazioni – fa notare il sindaco di Lavis – l’immagine ha il suo peso, è una questione di decoro e di immagine». Il vecchio detto che l’abito non fa il monaco in questo caso sembra insomma avere il suo credito. «Non escluderemo certo dal concorso un candidato che si presenta con l’orecchino – mette in chiaro Pellegrini – si tratta di una cosa ormai socialmente accettata». Chissà, ammette il sindaco, può darsi che tra qualche anno nessuno farà più caso nemmeno ai piercing: «I tempi cambiano, noi abbiamo rivisto di recente il regolamento del personale del Comune sulla base di quanto previsto dai contratti di lavoro. E abbiamo preteso per tutti i dipendenti il certificato di idoneità fisica». E sempre in tema di idoneità psico-fisica, quanto a curiosità il regolamento speciale del corpo di polizia municipale di Trento non è da meno di quello. All’articolo 23, infatti, tra i requisiti particolari per l’accesso alla professione viene richiesto un «apparato dentario tale da assicurare una regolare funzione masticatrice». Oltre all’udito normale, al normale senso cromatico e luminoso, ai dieci decimi di vista (lenti concesse), ai limiti di miopia, presbiopia e astigmatismo, un vigile urbano dovrà sfoggiare anche una dentatura di tutto rispetto. Eccessiva severità? Qualcuno potrebbe. Qualche anno fa una ragazza trentina ricorse al giudice per contestare il limite di altezza richiesto per accedere all’Arma dei carabinieri: il suo sogno si era infranto di fronte alla soglia del metro e 65.ù

da Trentino — 03 agosto 2008 pagina 18 sezione: CRONACA

La storia in un piercing e i tatuaggi dicono subito chi siamo

«Chi non è dipinto è stupido». è il giudizio lapidario di un capo Caduveo, registrato dal grande antropologo Claude Lévi-Strauss in una delle sue spedizioni nel Brasile centrale. Questi Indios, resi celebri da Tristi Tropici, sono, insieme ai Maori, il popolo più tatuato del mondo. Geometrie e arabeschi, labirinti e spirali, quadrettature e asimmetrie, per loro il corpo diventa umano solo grazie alla decorazione che vi segna a caratteri indelebili l’ identità individuale e l’ appartenenza sociale. Una persona non tatuata non esiste, è mera biologia, nuda vita per dirla con parole nostre. Solo i bruti e le bestie si tengono il corpo così com’ è. è questa la filosofia tribale. «I nostri tatuaggi, i nostri anelli al naso o ai capezzoli hanno tanto da dire: comunichiamo così il nostro desiderio di differenziarci dalla massa». è il giudizio, altrettanto lapidario, di un internauta adepto del piercing. Una forma di antagonismo estetico inciso sul corpo, una differenza rivendicata sulla pelle. Un’ autocertificazione che il proprio corpo non è a norma, e non lo è nemmeno l’ anima. E in più è come dire che il corpo, così com’ è, non basta. è troppo poco, non significa abbastanza. è questa la filosofia globale. Che a tutta prima non è molto diversa da quella tribale. Entrambe infatti, sia con il tatuaggio sia con il piercing, riportano sul soma il significato più profondo della persona. L’ identità individuale, quella della propria collettività, il senso del proprio essere, insomma un’ intera storia incisa per sempre sull’ epidermide. è proprio l’ idea della pelle come pagina da scrivere e superficie da decorare, l’ idea di un corpo letteralmente istoriato, a fare da trait d’ union fra il tribale e il globale. Perché nel dilagare contemporaneo del tattoo e delle trafitture più o meno profonde che ci infliggiamo – per etica e per politica, per poetica e per retorica, per estetica e per erotica – riaffiora un orizzonte arcaico. Ma è un arcaismo carico di futuro, un futuro anteriore nel vero senso del termine. Che mescola gli elementi tradizionali di queste pratiche, che servono a riconoscersi, a dichiararsi, a creare identità, differenza e appartenenza, assieme a elementi globali che, all’ opposto sconfinano quei codici particolari e li rendono universali, replicandoli all’ infinito, traducendo dei motivi etnici e locali in un alfabeto somatico planetario. Farfalle posate sulle spalle o stampate sui glutei, draghi spaziali arrampicati sui bicipiti, frasi celebri incise sugli avambracci, pittogrammi che si srotolano lungo la colonna vertebrale, stelle rosse su pugni rivoluzionari, svastiche su nuche reazionarie, aquile che enfatizzano deltoidi possenti, serpi sinuose per caviglie maliziose, mostri cyber e ogni sorta di esseri mutaforme per una body art che fabbrica murales viventi, graffiti a misura d’ uomo. Un po’ pirati, un po’ galeotti, un po’ guerrieri Maori, un po’ capi indiani. Se il tatuaggio appartiene idealmente al campo della pittura e del disegno il piercing si può considerare una branca dell’ incisione e della scultura. Spilloni che trafiggono la lingua, cerchietti che pinzano le sopracciglia, anelli al naso, cilindri che fanno pendere a dismisura i lobi delle orecchie, palline di acciaio che sottolineano il profilo della bocca. Senza dire di quelle forme di piercing spinto che trasformano i luoghi dell’ eros in altrettanti scrigni tempestati di brillantini, eden proibiti dove esibire gioielli indiscreti. Esibizionismo, vanità, moda? Certo, ma non può essere solo questo. La lunga durata del fenomeno, la sua diffusione pressoché universale e il suo prepotente ritorno contemporaneo ci dicono che in tutti i tempi e in tutte le culture gli uomini hanno nel corpo il mezzo di comunicazione primaria. La pelle dice subito chi siamo. Quando Cesare invase la Britannia fu impressionato dall’ aspetto dei guerrieri locali che si dipingevano completamente di un azzurro indelebile per terrorizzare i nemici. Pare addirittura che il nome Britanni derivasse da una radice indoeuropea che significa incisione. E gli antichi scozzesi erano chiamati Picti, ovvero dipinti, perché si tatuavano il corpo secondo il loro rango e il loro valore. Un po’ come avere le stellette e le medaglie impresse direttamente sull’ epidermide. L’ idea è che più la persona è importante più informazioni deve archiviare il suo corpo. Quello imponente dei principi Maori era letteralmente zippato di segni che illustravano le loro gesta e riassumevano le tappe di una vita gloriosa. Qualcosa fra l’ obelisco vivente e le colonne imperiali romane. Nei grandi reami Yoruba dell’ Africa subsahariana, gli unici ad essere completamente privi di tatuaggio erano gli schiavi: grado zero della scrittura sociale, grado zero della persona, uomini senza storia e senza memoria. In fondo i milioni di persone che oggi si tatuano, si perforano, si segnano, cercano proprio di far emergere la loro storia, la personalità, i gusti, gli affetti. Quasi che il significato dell’ essere stia in una sorta di palinsesto di segni, parole, immagini, emblemi. La parte più importante di noi diventa così quella visibile, quella che compare in superficie. Secondo un procedimento di somatizzazione sociale e simbolica, una esteriorizzazione che va nella direzione opposta a quel che noi chiamiamo interiorizzazione. D’ altronde per una civiltà in progressiva secolarizzazione come la nostra – che si allontana sempre di più dall’ idea dell’ uomo immodificabile perché fatto a immagine e somiglianza di Dio – l’ essere è fatto a immagine e somiglianza dell’ io. E dunque il corpo tatuato è il grande ologramma dell’ io contemporaneo. è il nuovo mito comunicante. Mentre nelle società tradizionali il tatuaggio è legato a un riconoscimento dell’ intera collettività che attribuisce a certi segni un significato condiviso. Spesso un significato iniziatico. Al contrario, nella società dell’ individualismo di massa, le persone si iniziano da sole. E da sole stabiliscono le tappe significative, e scelgono autonomamente il codice. Se il tatuaggio tradizionale è una segnatura che socializza, è il verbale somatico di un dialogo tra individuo e società, nella civiltà globale il dialogo avviene tra l’ individuo e se stesso o al massimo il suo gruppo di riferimento, proprio per differenziarsi dal resto della società come nei gruppi giovanili. Una pelle antisociale dunque, ma anche un segnale ad alta risoluzione rivolto a degli spettatori anonimi che non sanno nulla di noi. Fatto per essere visto, magari in mondovisione, come nel caso dei tatuaggi di Marco Materazzi che esibisce alla platea mediatica i suoi amori, la sua discendenza, i suoi successi, il suo pensiero. Corpi monologanti, corpi emittenti, corpi in cerca di share. E in ogni caso, a dispetto dell’ apparente frivolezza narcisistica, l’ indelebilità del tatuaggio rappresenta una sorta di sfida lanciata al panta rei che governa il presente, alla bulimia di un mondo che consuma e dimentica con la stessa superficiale velocità. Al di là di ogni moda effimera e di ogni autocontemplazione voyeuristica il corpo diviene così un mediatore simbolico tra gli uomini e la complessità di una realtà che fugge da ogni parte. E l’ incisione sulla pelle diventa un atto di coraggio contro l’ irreversibilità del tempo, un punto fermo nella propria storia. Un gesto di chirurgia pittorica, per dirla con Lévi-Strauss. Ma anche una forma di body art, una estetizzazione dell’ habeas corpus. Nella società ipercomunicante l’ onda di crisi della parola si frange dunque in due derive simmetriche ed opposte. Da una parte l’ estrema smaterializzazione del digitale, dall’ altra l’ estrema materializzazione del corporale. Così indelebilmente incarnata da far coincidere la parola con la pelle stessa. è l’ esito di un andirivieni millenario della parola significante. Che, uscita originariamente dal corpo come voce, fa ritorno al corpo come scrittura. E Tattoo You diventa l’ imperativo categorico del corpo comunicante.

da Repubblica — 02 agosto 2008 pagina 47 sezione: CULTURA

Seduzione e virilità così parlano i tatuaggi

L’esplosione di massa di tatuaggi e piercing sta continuando a lasciare i suoi segni sui corpi degli adolescenti, e in maniera più discreta anche su generazioni più adulte.È un fenomeno che si presta a ricchissime interpretazioni e stimola infinite considerazioni psicologiche su significati, obiettivi e vissuti soggettivi che comprende e sulle valenze sociali che assume.Il piercing, il bucarsi varie parti del corpo per inserirvi degli oggetti, rappresenta una comunicazione forte, immediata e violenta, ma si innesta in dimensioni ludiche e provocatorie, esibizionistiche. Ci si può giocare col piercing, si può mettere e togliere, e permette diverse interpretazioni di sé, molte identificazioni possibili. Il buco stesso poi è violenza, auto-violenza, ma si rimargina, si richiude se si vuole.Il tatuaggio è qualcosa di più profondo, più vicino all’espressione della personalità, alla comunicazione della propria identità. Come tutti gli ornamenti, serve a materializzare l’immagine che si ha di sé, con le caratteristiche che si vogliono comunicare, sottolineare, esibire. Oggi è anche una moda. È uscito dalle culture marginali in cui era relegato, per diventare moda, e si sa che le mode aiutano sensazioni di fragilità individuali a rassicurarsi nei flussi collettivi, nei modelli riconosciuti e accettati, che segnalano appartenenza ed esorcizzano l’isolamento.Come strumento di comunicazione il tatuaggio trasmette messaggi forti, e anche nell’omologazione riesce a caratterizzarsi con notevole efficacia, permettendo di esprimere anche contenuti ricchi di originalità. Al femminile tende ad avere intenti più estetici, artistici e seduttivi, ma intimi, mentre al maschile è più esibizione, di forza e virilità, ma anche volontà di parlare di sé, di scrivere se stessi per identificarsi. Fenomeno molto articolato, corrisponde in parte a un rito di passaggio all’età adulta, con la sua dichiarazione di disporre completamente della propria pelle e del proprio corpo. Un gesto importante, per la sua indelebilità, e segno della volontà di dimostrare decisione, scelta, e di essere implicitamente disposto a pagarne i prezzi. Dimostra anche un senso del tempo presente, implicitamente comunica che non ci sono estesi orizzonti temporali di riferimento, ma che si vuole giocare oggi, un po’ perché il vivere per l’oggi, intensamente, è sempre stata la matrice della dimensione giovanile, un po’ anche per esprimere che non si intravedono futuri così chiari ed attraenti, nè idee comuni nelle quali identificarsi e schierarsi.Come gesto collettivo, diversamente da quelli di altre generazioni, non è infatti un’espressione di ostilità sociale, né generale né verso i genitori, non è neanche una vera critica, una polemica, ma più una ricerca per uscire dall’invisibilità e dall’anonimato, per dire qualcosa di sé. Infatti non vuole essere linguaggio nascosto, incomprensibile, ma forse anche nella sua parte enigmatica lancia proprio il messaggio di voler essere capiti, capiti nell’immediatezza semplice, fattuale, diretta di ciò che si esprime, per il fatto stesso di esprimerlo.Così dietro a farfalle, scorpioni, draghi, spade, ali, aquile, rose, e ideogrammi e simboli tribali, c’è un individualità che vuole farsi strada, che cerca uno spazio di riconoscimento, in sintonia con le espressioni di una generazione non concettuale ma diretta, cruda, immediata, con una comunicazione che non spiega ma accenna, cita, lancia dei segni per far sapere della sua esistenza. Forse vuole anche dire che il proprio corpo è l’unica cosa che sente di possedere veramente.

da Messaggero Veneto — 29 gennaio 2008   pagina 06   sezione: PORDENONE

Tra i ragazzi cresce la voglia di tatuaggio

La lista si allunga nell’estate 2008: cresce il popolo dei tatuati tra i giovani pordenonesi. «Il 20 per cento dei ragazzi ha un tatoo». Ci scommette Maddalena C., una liceale che sfoggia uno scorpione sulla spalla e ha rotto gli indugi: «Doppio tatoo per me e mia mamma, che ha scelto una rosa blu». Chiamala body art o moda, fa tendenza.Di fatto, aprono nuovi tatoo-shop a Pordenone, di recente uno in via della Cavalleria. «Lista di attesa di 15 giorni al Pink Panther di Aviano – ha prenotato la studentessa – dove uno scorpione come il mio vale 150 euro. Vai, scegli il disegno, ci pensi e lasci 20 euro di caparra. In 45 minuti di seduta ti fai lo scorpione indelebile, con le ombre perché dà l’effetto in rilievo. Mia madre si è tatuata una rosa, come nel film di Anna Magnani, e il costo è uguale, 150 euro». Contenta dell’investimento lo è: «E’ un fatto, quello di sentirsi sicuri di sé e del proprio corpo, anche in spiaggia e con la canotta. Se mi stancherò – ha concluso – c’è sempre il laser. Il tatoo si può cancellare».Serena ha una farfalla e un fiore sul collo, a 17 anni. «Siamo nell’era flower – ha stabilito –. Un messaggio positivo per chi ti guarda”. Carlo L. di Sacile ha scelto la combinata. «Più tatoo, comprese le parti intime – ha detto il neo-diplomato –. Ma quelli sono a sorpresa, per un numero selezionato di fedelissimi». L’ultima crociata del sindaco di Bologna Cofferati è stata sul veto di piercing e tatoo nelle parti intime: nuove regole tra le polemiche, che non superano la linea del Po. «Un tempo era in uso tra marinai e galeotti, militari o gay – ha riepilogato la filosofia del tatuaggio degli under 20 Carlo L. -. Un marchio indelebile per speciali club sociali, soltanto maschi. Poi le cose sono cambiate e le culture etniche hanno trainato le mode. Che hanno sempre un significato forte di scelta estetica, di messaggio del corpo e di piacere a se stessi».Carlo ha scelto la croce di Malta, in zona gomito. «Ho nomi tatuati sul polpaccio della gamba – è la geografia della sua pelle-diario –, ma vado fiero della croce di Sant’Andrea o Malta. Mi andava di farla, perché mi ricorda i misteri dei Templari e il fascino irresistibile dei racconti dell’infanzia. E’ costata 90 euro, con 4 ore di seduta, perché è colorata. Non senti male, ma pizzichi».Per i tatuati pentiti del “body language” c’è sempre il laser-cancellino per resettare i linguaggi del corpo. «Sono soprattutto le ragazze a pentirsi del tatoo – ne sono consapevoli Maddy e Serena –. E’ una questione di mode, di tempo che passa». E di business: dopo il tatuaggio, c’è quello della rimozione ai raggi laser.

 

da Messaggero Veneto — 06 agosto 2008 pagina 02 sezione: PORDENONE

Quelle storie sul corpo sempre odiate dalle autorità

Il Real Madrid dichiara guerra al tatuaggio. D’ ora in poi i suoi calciatori non potranno più decorare i loro corpi scultorei senza avvertire i medici del club. Un giro di vite all’ habeas corpus dei tesserati in nome della salute e della concentrazione. Corsi e ricorsi storici. Non è la prima volta che il tatuaggio incorre nei niet dell’ autorità. Era già successo nel Medio Evo quando una bolla di Papa Adriano I nel 787 aveva vietato ai cristiani di decorarsi il corpo. Che è fatto a immagine e somiglianza di dio. E dunque gli uomini non possono modificarlo alterando il disegno del creatore. Eppure i primi cristiani usavano tatuarsi una tau come segno di riconoscimento e di appartenenza. Pare addirittura che i crociati e i pellegrini che andavano a Gerusalemme si facessero marchiare le braccia con simboli sacri. E nonostante il divieto papale il tatuaggio non scomparve mai del tutto. Nel Cinquecento le stradine intorno al santuario di Loreto erano piene di botteghe di marchiatori – oggi diremmo dei tattoo shops – che incidevano sulla pelle dei devoti segni di ogni tipo: religiosi ma anche amorosi. In realtà gli uomini non hanno mai smesso di scriversi addosso la propria storia, di istoriare letteralmente la propria pelle. Quasi che l’ ornamento costituisca una sorta di valore aggiunto che rende il corpo più bello, più seducente, più importante, più comunicante. Non è un caso che nella maggior parte delle culture umane solo gli schiavi o le persone senza importanza e senza storia avessero la pelle immacolata. Una superficie bianca per persone anonime insomma. È comunque con le scoperte geografiche che il tatuaggio fa il suo ritorno trionfale nell’ Occidente moderno vincendo lentamente le censure di una borghesia ossessionata dalla sobrietà e dal bon ton. È il capitano Cook, il grande esploratore dei mari del Sud, a introdurre nell’ Europa del Settecento la parola tattoo che deriva dal polinesiano tatau, incidere. Da allora anche da noi il tatuaggio diventa total body, come quello dei Maori esibiti nei cabinets de curiosité e negli zoo umani europei e americani. Comincia così l’ irresistibile ascesa di una moda che dai corpi sottoproletari di marinai e carcerati conquista le epidermidi semidivine delle icone del nostro star system. Aveva proprio ragione Paul Valéry. La cosa più profonda dell’ essere umano è la pelle.

 

da  Repubblica — 11 settembre 2008 pagina 23 sezione: CRONACA